Ragas

Agosto 2018

Video e Installazione di Alessandra Gatto

Audio di Carmine Mazzotta

“La tragedia è libertà solidificatasi in destino.”
Nicolás Gómez Dávila, In margine a un testo implicito

“Essere coscienti significa essere divisi da sé.”
Emil Cioran, La tentazione di esistere

Perché Ragas?

I tragici avvenimenti accaduti nelle Gole del Raganello nell’agosto 2018, rappresentano il fondamento psicologico su cui si costruisce questa installazione non solo audio-visiva, ma emotiva. Il titolo Ragas richiama infatti la radice greca dell’idronimo “Raganello” (da ∙ag£ς), a indicare una spaccatura delle rocce, un crepaccio, in sostanza il luogo stesso che il torrente ha creato con la sua silenziosa azione millenaria. Nel farsi pressante delle impressioni, delle opinioni, delle pubbliche indignazioni a seguito della catastrofe, Ragas è sorta spontaneamente per cercare un mezzo di reazione alla profanazione bruta dei fatti, concentrandosi nella ricerca di in uno shock cristallizzato nell’istante.

Prendere distanza man mano dalla retorica del dolore, dall’invadenza dei media, dal concorso di cause ed effetti, dalla esasperata ricerca di proposizioni assertive e di immagini eloquenti, per l’installazione Ragas significa accogliere il visitatore mediante la non riferibilità dei fatti e delle suggestioni, sostituendo l’immanenza della cronaca con la ricerca atemporale dell’istante non pronunciabile. Le immagini scorrono affidandosi alla dialettica dell’analogia, della metafora psicagogica, dei contrasti di luce ed ombra, lasciando scaturire a sprazzi gli unici possibili campi del reale: rocce, acqua e terra. Si rinvengono in tal modo i termini del discorso fra i meri elementi che toccano l’immaginario della vicenda.

Ragas è dunque la storia di un’emozione in bilico fra timore ed ansia, fra l’orrore della caduta e la nervosa tensione per la sopravvivenza. Ragas è la narrazione di una fuga fra le varie sfumature del pathos, dove persino i luoghi perdono d’importanza lasciando che se ne percepisca la presenza come un indefinito riferimento, come una remota cassa di risonanza per dei passi perduti all’interno della coscienza. La paura è per antonomasia lo stato d’animo non pronunciabile, quello intrinsecamente avvinto alle pieghe più torbide e ancestrali dell’inconscio. Qui la si può cogliere in tutta la sua veemenza, scoprendola in formazione attraverso tutta la gamma progressiva di intensità e inquieta enigmaticità. Sembra quasi che, in ciascun momento della fruizione, debba giungere improvvisa la catarsi, la liberazione; eppure, oltre agli istanti di tensione, la liberazione perviene a tratti, ambiguamente, si disperde fra i relitti emozionali manifestandosi come elemento transeunte dell’apparato emotivo in campo, come un macchinario monolitico che ne ingombra vagamente il fondo.

Testo di Marco Bellizzi